Pubblicato: sab 27 Gen 2018

Dov’eri, uomo, ad Auschwitz?

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Giornata della Memoria: abbiamo il dovere di ricordare e di non abbassare la guardia. Lo dobbiamo ai morti di Auschwitz. Altrimenti li avremo uccisi una seconda volta.

di Giacomo Belvedere

Dov’eri, uomo, ad Auschwitz? È la domanda che interpella le nostre coscienze e risuona anche oggi, nella Giornata della Memoria. Insegue l’uomo da sempre, lo stana dai nascondigli in cui cerca di tacitare la sua cattiva coscienza: “Adamo, dove sei?” (Gen 3, 9). Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita, per non dover rispondere si sé e degli altri. Perché c’è un’altra inquietante domanda nel racconto biblico: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Anche in questo caso la risposta dell’uomo è elusiva: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gen 4, 9).

Le domande del racconto archetipico della Genesi, riecheggiano ancora oggi, nel giorno della Memoria e richiedono una risposta. Dov’eri, uomo, ad Auschwitz? Una domanda che si fa urgente nel presente: dove sei, uomo, oggi nelle tante, troppe Auschwitz dei nostri giorni? E la desolante realtà è che anche oggi la risposta dell’uomo sembra essere la stessa: non sono il custode di mio  fratello, bisognerebbe aiutarli a casa loro, prima veniamo noi, poi gli altri; e, in ogni caso, non è colpa nostra se ci fu Auschwitz. Ma cancellare la Shoah, o derubricarla a un relitto del passato, fa sì che il suo fantasma ammorbi ancora i nostri cieli, i nostri mari, le nostre terre: lo abbiamo rivisto reincarnarsi a Sarajevo, lo rivediamo in Siria, in Yemen, lo risentiamo nel grido del popolo curdo e in quello dei migranti morti nel Mediterraneo. E l’elenco è ancora lungo.

Abbiamo due termini: memoria e ricordo, per indicare la facoltà di saper conservare il passato per non dimenticarlo. Vengono da “mente” e da “cuore”: un ricordo è tenere a  mente e custodire nel cuore, non è mai solo un atto di conoscenza ma anche di compassione, di intelligenza unita a pietà. Ricordare non è mai una fredda operazione di archivio, ma è un rimettere in discussione il presente, passandolo al vaglio della memoria.  Ricordare può essere un balsamo che aiuta a sanare le ferite, ma occorre prima bere il calice amaro  dei conti col proprio passato.

Il venir meno del senso della responsabilità personale è il male del nostro  secolo. Eppure, mai come oggi, in un mondo interconnesso e globale, si è responsabili dell’intera umanità. Come ci ricorda il poeta inglese John Donne, ripreso da Hemingway, la campana a morto per le tante stragi quotidiane suona sempre per ciascuno di noi. Possiamo girarci dall’altra parte e far finta di non sentirla. E guardare con fastidio alle giornate della memoria. Ma chi dimentica il suo passato è condannato tragicamente a ripeterlo. Gli allarmanti episodi di squadrismo, l’onda nera della xenofobia che dilaga in Europa, il negazionismo ridotto alla facile battuta di un tweet: sono alcuni segnali che l’uovo del serpente si annida ancora tra noi e c’è chi lo cova con amorevole cura. Per questo abbiamo il dovere di ricordare e di non abbassare la guardia. Lo dobbiamo ai morti di Auschwitz. Altrimenti li avremo uccisi una seconda volta.

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