Pubblicato: mer 7 Feb 2018

Caltagirone, restituite alla bellezza originale le due icone più amate: San Giacomo e la Conadomini

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I lavori di restauro in corso o ormai in fase di completamento, verranno presentati sabato 10 Febbraio nel Salone di Rappresentanza del Municipio di Caltagirone, dove si svolgerà, alle ore 19, una conferenza illustrativa delle problematiche tecniche emerse dagli interventi cui sono state sottoposte le due ‘icone’.

Promette sorprese il restauro dell’icona della Conadomini e del simulacro di S. Giacomo. Il lavori hanno consentito non solo di restituire le due opere alla loro originaria bellezza, ma anche di acquisire preziose informazioni sulla datazione e sulle tecniche adoperate.  È all’insegna del “Recupero della Bellezza” che le due preziose ‘icone’, simboli della pietà e della devozione popolare calatina vengono riconsegnate alla comunità cristiana e alla città di Caltagirone, dopo un tempo di accurato restauro. La tavola della Madonna di Conadomini immagine di scuola bizantina raffigurante la Vergine col Bambino, che è ‘retro’ di Cristo Sposo e il simulacro del Santo patrono S. Giacomo, sono stati ambedue restituiti alla loro bellezza originale con intervento magistrale del Laboratorio di Restauro del dott. Rocco Greco.

Alla presenza del vescovo Mons. Calogero Peri e del sindaco della Città Avv. Gino Ioppolo, Sabato 10 Febbraio p.v. nel Salone di Rappresentanza del Municipio di Caltagirone si svolgerà, alle ore 19, una conferenza illustrativa delle problematiche tecniche emerse dagli interventi cui sono state sottoposte le due ‘icone’, perché i fedeli e la cittadinanza intera possano apprezzare ed essere adeguatamente informate sullo stato dei lavori in corso o ormai in fase di completamento. 

«La venerata Tavola lignea della Conadomini e il simulacro dal Santo patrono San Giacomo, – ha dichiarato il dott. Rocco Greco, Direttore tecnico restauratore – sono stati sottoposti a verifiche minuziose perché ne emergesse tutta la bellezza e la qualità. In corso d’opera sono emersi e sono stati svelati piccoli e grandi dettagli, che mentre testimoniano della ininterrotta devozione popolare, dicono anche della secolare e complessa vicenda storica che le ha viste al centro delle lunghe vicende della storia religiosa, civile e culturale della Città, catalizzatori a volte controversi dell’attenzione e della devozione della città. Di tutto questo sarà data ampia relazione, accompagnata da immagini e notizie dettagliate, che aiuteranno la cittadinanza e soprattutto i credenti ad apprezzarne ancor più la preziosità e il valore simbolico sia dal punto di vista civile che dal versante religioso».

S. GIACOMO – Il simulacro del Santo Patrono, realizzato nel 1518 da Vincenzo Archifel, orafo e scultore catanese, viene tradizionalmente portato in processione per la festa liturgica il 25 luglio e per l’ottava. L’uscita straordinaria del simulacro dalla Basilica in altre date si è avuta, nel corso degli anni, per chiedere la protezione del Santo in occasione di eventi calamitosi, quali terremoti, carestie o pestilenze, o anche per ricorrenze civili, politiche o militari: così, ad es., fu nel novembre del 1542 per il terremoto; nel 1574/75 per la peste; il 29 marzo 1739 per un’aurora boreale creduta un segno funesto dal cielo. Fu anche esposta durante l’eruzione dell’Etna del 1669, che danneggiò gravemente la città di Catania. L’8 febbraio del 1799, durante il violento e sanguinoso tumulto sanfedista del 7 e 8 febbraio, nel tentativo di placare gli animi esagitati, la bara del Santo Patrono, assieme alla Conadomini e al SS. Sacramento, fu portata presso il nuovo carcere borbonico finito di costruire l’anno prima, opera dell’architetto siracusano Natale Bonaiuto, dove erano stati rinchiusi i nobili accusati di essere giacobini e nemici della fede. Le ultime uscite straordinarie risalgono all’11 gennaio 1991, anno in cui si concludevano le celebrazioni per i 900 anni del Patrocinio di S. Giacomo sulla città, e all’11 gennaio 2016, a conclusione del Bicentenario della diocesi calatina. La data dell’11 gennaio ricorda il patrocinio di San Giacomo sulla città di Caltagirone e il terremoto del 1693. Il 25 luglio 1090, nel giorno in cui la Chiesa celebra il martirio di san Giacomo Maggiore, il conte Ruggero il Normanno entrò trionfante in città dopo aver sconfitto i saraceni in quella che fu poi chiamata Piana del Conte (oggi meglio conosciuta come contrada Saracena), verso sud-ovest a quattro miglia dalla città. La tradizione ha rivestito di elementi leggendari l’evento: l’Apostolo sarebbe apparso in sogno al Conte su un cavallo bianco con una spada nella mano destra e un vessillo bianco con croce vermiglia nella sinistra. E, durante la battaglia, lo si sarebbe visto in aria combattere a fianco delle truppe normanne. Fatto sta che il Conte attribuì la vittoria all’intervento dell’Apostolo e pertanto Caltagirone lo scelse come proprio patrono, in sostituzione di San Nicolò di Mira. Probabilmente in questa scelta giocarono anche ragioni di politica religiosa: San Nicolò di Mira era un santo bizantino e la sua “defenestrazione” era dovuta al desiderio del nuovo regno dei Normanni di svincolarsi dalla tutela e dalle rivendicazioni dell’imperatore d’Oriente.

LA CONADOMINI – Anche la devozione alla Conadomini è profondamente radicata nel popolo calatino, tant’è che, avendo chiesto nel 1642 il re Filippo IV a tutte le città del Regno di eleggere a Patrona la Vergine, sotto il titolo che fosse più venerato, i calatini, dovendo scegliere tra la Madonna del Ponte, la gaginesca Madonna della Catena in Santa Maria di Gesù e la Conadomini, indicarono quest’ultima. Il 10 luglio 1644 il Senato civico la proclamò compatrona principale della città. L’icona della Vergine Maria, di scuola bizantina, con in braccio il Bambino Gesù e avvolta in un manto trapunto di stelle, fu portata a Caltagirone nel 1225 dalla nobile famiglia guelfa dei Campochiaro, esule da Lucca a seguito del prevalere nella città toscana della fazione ghibellina. Fu donata sul finire del XVI alla Chiesa Madre dedicata all’Assunta.

Il titolo mariano Conadomini, così caro ai calatini, costituisce un unicum nella devozione mariana. Sul suo etimo due sono le interpretazioni più accreditate: la prima cerca le sue origini nella tradizione popolare, la  seconda è una versione dotta. Secondo l’interpretazione più attendibile, il  termine viene da Cona del Signore, dal nome della nicchia, sull’altare maggiore, chiamata così perché di solito vi si esponeva il Cristo alla colonna dipinto sul retro del quadro, mentre in occasioni solenni o ogni volta che gravi calamità, siccità, pestilenze, carestie affliggevano la comunità cittadina, la sacra icona veniva girata dal lato dell’immagine mariana, per venerarla ed implorare la sua misericordia. Con uno spostamento di senso assai indicativo il termine cona passò a designare Maria, colei che “contiene e porta” il Signore. La versione dotta fa derivare il termine da Icona del Signore, con chiara allusione a Gen 1,27. Ma forse le due versioni si sono contaminate e il termine potrebbe essere una storpiatura e reinterpretazione popolare (cona) di una terminologia (icona) non più compresa. Sia che si accetti l’etimologia popolare, sia quella dotta abbiamo una mirabile sintesi di mariologia.

«Le due ‘reliquie-simbolo’ della fede del popolo calatino – ha dichiarato il Vescovo Mons. Calogero Perie patrimonio storico-culturale fondamentale per la storia illustre della città, abbisognavano di appropriati interventi di ripulitura e ricognizione conservativa. Le recenti iniziative celebrative del Bicentenario della Diocesi, sono state occasione provvidenziale per prendere coscienza della necessità di procedere in tempi brevi alla loro salvaguardia e verificarne l’urgenza. Sono state prese in sede opportuna tutte le iniziative appropriate per le mani di competenti artisti. Con sapienti interventi, rispettosi del loro significato simbolico e anche del loro pregio artistico, si è così proceduto ad attuare i lavori accurati necessari al fine di preservare e valorizzare il prezioso patrimonio per consegnarlo alle generazioni future».

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