Pubblicato: ven 9 Feb 2018

“Il mio cane del Klondike”: nel romanzo della Petri l’amore assoluto e l’abbandono

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La scrittrice romana ha presentato, giovedì 8 febbraio, la sua ultima fatica letteraria “Il mio cane del Klondike” (Neri Pozza editore) presso la libreria Dovilio di Caltagirone. Un rapporto, tra la donna e il cane, con lo stigma dell’abbandono, che è anche un rapporto viscerale con l’io più profondo, con il lutto della perdita e la gioia del ritrovamento.

di Giacomo Belvedere

«Osac c’est moi. Ho usato lui per parlare di me. Io non sono stata mai, scrivendo il libro, dalla parte della protagonista che dice  “io” e che in parte, in alcune cose, mi somiglia». È la confessione spiazzante di Romana Petri, che ha presentato, giovedì 8 febbraio, la sua ultima fatica letteraria “Il mio cane del Klondike” (Neri Pozza editore) presso la libreria Dovilio di Caltagirone. Protagonista assoluto del romanzo è Osac, un nero cane abbandonato e raccolto per strada, in un’afosa giornata di settembre, quando lei era una giovane insegnante precaria. Anzi: Osac Trofic, perché l’irruento animale ha anche un cognome. Un rapporto, tra la donna e il cane, con lo stigma dell’abbandono, che è anche un rapporto viscerale con l’io più profondo, con il lutto della perdita e la gioia del ritrovamento.

L’incontro tra la scrittrice romana e il pubblico dei lettori si colloca che nell’ambito della Rassegna “Scrittori strettamente sorvegliati”, ed è stato assai intenso, grazie alla straordinaria capacità affabulatoria di Romana Petri, che ha appassionato, divertito e commosso. Con qualche luccicone, che si notava negli occhi umidi dei più giovani e non. Una dote che l’autrice ha ereditato dal padre, strappato dalla morte all’affetto dei suoi quando aveva 60 anni.  Al padre, Mario Pezzetta, in arte Petri, nato a Perugia, straordinaria figura di gigante buono, pugile e cantante lirico che duettava con la Callas, l’autrice ha dedicato il suo precedente romanzo Le serenate del Ciclone. «A 17 anni – racconta la Petri – mio padre è scappato di casa ed è venuto a Roma. E, visto che a Perugia faceva solo scazzottate, si è messo a fare il pugile. E con quello che guadagnava negli incontri si pagava le lezioni di canto, cosa per me struggente. Mio padre quando cantava era un’altra persona».

LA SINDROME DELL’ABBANDONO – Il mio cane del Klondike è – né può essere diversamente –  un libro sulla sindrome dell’abbandono e sull’esperienza sconvolgente e unica della maternità.  Abbandono e maternità si intrecciano e si confondono: la seconda,  del resto, è segnata da un abbandono inevitabile, in cui quel sé che è in te diventa altro da te. Non è un libro consolatorio. A volte può anche urtare, fare male. Chiede al lettore un’empatia assoluta, che può ferire ma ha una forza terapeutica. «I libri che consolano non mi sono mai piaciuti. Avrei voluto fare lo psichiatra, poi ho fatto la scrittrice».

Al centro dell’intreccio narrativo si erge una figura imponente e invadente: Osac. «Scrivere di Osac – dichiara l’autrice – è stato un atto necessario e urgente», quasi un’offerta sacrificale sull’altare del trauma dell’abbandono. «Avevo 20 anni quando mio padre morì. L’ultimo ricordo è una telefonata con lui. Poi la morte improvvisa». Uno strappo nell’anima per cui non c’è consolazione. «Ho perso amici – confessa – perché mi dicevano: un padre muore, fattene una ragione. Faccio spesso lo stesso sogno: che mio padre non mi vuole più. Ma sono convinta che gli amori, i sentimenti, non si spengono con un interruttore come con l’interruttore della luce. Mio padre è morto 33 anni fa.  Ma non riesco a dire, al passato, che lo amato, che gli ho voluto bene, che ci siamo anche arrabbiati. È tutto presente». D’altro canto Romana Petri crede «più nel rapporto di sangue che non nel rapporto d’amore. Il rapporto di sangue non si estingue mai».

IL RICHIAMO DELLA FORESTA – Ed è un rapporto sanguigno, fisico, totalitario e totalizzante, quello che si instaura tra Osac e lei. «Spesso diciamo, per fare un complimento a un cane: gli manca solo la parola». Ma Osac parla. «Sándor Márai scrive che c’è sempre un momento in cui uno scrittore deve parlare di un cane» – continua.  Lo spunto creativo, dichiarato espressamente, viene  da Il richiamo della foresta di  Jack London. «Osac è Buck», la creatura selvaggia ed epica di London. «Io vivo nell’amore, nella passione dell’epica», spiega. «Vivo in questa sorta di emozione profonda, di smarrimento e ritrovamento. Di virilità: perché io credo che la virilità sia un atteggiamento per tutti, universale. Non c’entra niente essere donne o uomini. Io conosco donne virilissime, pur essendo totalmente donne».

Il rapporto tra il cane e la donna è un’esperienza travolgente, molto fisica. «Osac mi ha insegnato ad amare le cose che non sono comode. Perché lui era senza difese. Chi non mette maschere è fregato – scrive Balzac -: i buoni o diventano come gli altri o si distruggono». Per questo il rapporto esclusivo con Osac mette a nudo: «Cioran afferma che, nell’evolverci, ci siamo traditi. Gli animali no».

È Osac a riconciliare con il trauma della perdita del padre, anche lui gigante buono. Nell’Odissea Telemaco attende spasmodicamente il padre Ulisse, mascherando le strazio del suo cuore. Ma è il vecchio e cieco cane Argo a riconoscere per primo il suo padrone. Vede più e meglio degli uomini, perché sente visceralmente la presenza di Ulisse.

L’AMORE DELLE VISCERE – «Credo – spiega la Petri – nella forza del carattere, nell’importanza di uscire fuori da un grande dolore, auto inghiottendoci, come  mettendoci un imbuto in bocca e andandoci a finire dentro. Perché soltando entrando nei nostri visceri, noi conosciamo un po’ il modo per salvarci. Tanto ci salviamo da soli. Inutile dire che gli altri ci possono salvare. Gli altri ci possono amare, ci possono aiutare, ma poi dipende da noi». Idee mutuate da Eugenio Borgna “il più grande psichiatra italiano vivente”: «Il più grande peccato che possiamo fare è quello di non accorgerci del profondo dolore di qualcuno che ci sta accanto. Perché una persona che soffre lo vedi da una piega del viso, da una ruga  sulla fronte, da uno sguardo un po’ perduto. In quel momento, dice Borgna, più dello psicofarmaco, – perché lui è uno psichiatra fenomenologico, che basa sull’empatia, sul discorso, sulle parole, sull’amore, sul mettersi al posto  di -, a volte, in quei momenti basta prendere la mano, senza dire nulla». È il contatto fisico che sana le ferite e scende come un balsamo sulle piaghe aperte. Un  contatto che gli animali ci insegnano. «Dice London: la carità non è dare l’osso al cane, ma dividere l’osso con lui. La grande terapia è lo scambio. Certo Osac ha esagerato: mi ha portato mezzo Klondike».

Perchè Osac è senza misura, imponente, ingombrante, geloso, ma anche straordinariamente comico ed esilarante.  È Osac che insegna l’amore assoluto, un apprendistato all’amore materno. «Se noi possiamo dire che gli unici individui che ci possono amare in modo incondizionato sono i cani, noi possiamo dire che qualche volta – non sempre succede- una madre può amare in questo modo». È l’amore delle viscere, forte e irriducibile, reso sacro dal legame di sangue. È l’amore roccioso di cui parla la Bibbia. La parola biblica che definisce la misericordia di Dio viene da una radice verbale, rhm, che dà origine al vocabolo rehem/rahamîm, cioè le “viscere”, il grembo materno. Si tratta di un amore intimo e assoluto che giunge sino al dono di sé.

L’ANNUNCIAZIONEOsac è anche, come s’è detto, «l’esperimento della maternità prima dell’evento». Anche se poi l’esperienza è sconvolgente. La nascita del figlio, il suo “Citto”, il suo bambino, sarà un ulteriore abbandono, un tradimento per Osac. «Gli animali sono  eterni bimbi. Osac con me era un gigante buono. Ma non con gli altri, no. Esigeva un rapporto totalizzante». Come se volesse dire: o lui o me. Il cane ti elegge a suo dio, ma non ammette defezioni. Eppure è Osac che ha influenzato il parto, ne è stato, in certo senso, l’untore: «Il parto è stato così selvaggio perché c’era Osac. Quando ti mettono in grembo tuo figlio appena nato, odora delle tue viscere. Non si smette di essere madre e padre nemmeno dopo la morte. Perché sei presente, c’è un dialogo che continua».

«Gli animali sono angeli scesi dal cielo, diceva mio padre». Così è stato per Osac. C’è una pagina del romanzo che ne dà una straordinaria, epifanica, conferma. «E mentre così stavamo – si legge –, io seduta sul divano, lui a lato a me, a un certo punto sollevò un zampa, e me la mise in grembo. Quell’immagine di noi due m’è rimasta nella retina. Come avessi incisa nel cervello la possibilità di rievocare la fotografia che nessuno ci scattò. Sarebbe bello averla, poterla rivedere anche su carta, oltre che dentro la testa, poterla mostrare a mio figlio e dirgli: ecco, questa fu la mia annunciazione».

ROMANA PETRI è nata a Roma e vive attualmente tra questa città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice dal francese, dallo spagnolo, dal portoghese, editrice e critico letterario collabora con La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT 2012), Alle Case venie, I padri degli altri, La donna delle Azzorre, Dagoberto Babilonio, un destino, Esecuzioni, Tutta la vita, Figli dello stesso padre, Giorni di Spasimato amore, Le serenate del Ciclone.

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