Pubblicato: gio 22 Feb 2018

“Gli anni del nostro incanto”: Lupo fa rivivere l’Italia che sognava di essere felice

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ph. Fabio Navarra

Nel romanzo di Lupo rivive l’epopea della “vita sbarluscenta” degli anni ’60, prima che il grigiore degli anni di piombo togliesse l’innocenza. Raccontata con pietas e ironia, senza alcuna concessione al sentimentalismo nostalgico.  Il libro è stato presentato, giovedì 21 febbraio, presso la libreria Dovilio di Caltagirone, nell’ambito della Rassegna “Scrittori strettamente sorvegliati”.

di Giacomo Belvedere

Tutto inizia da una foto: da una foto è germinata l’ispirazione dell’ultimo romanzo di Giuseppe Lupo, Gli anni del nostro incanto, Marsilio editore; da una foto prende le mosse tutto il meccanismo della narrazione. La foto fu trovata dall’autore tra le pagine del Corriere; quindi, dopo essere stata ritagliata, archiviata, rimase molti anni nel cassetto, prima che, un giorno, l’autore decidesse di raccontarne la storia. Come se si dovesse sedimentare tutta la sua potenza evocativa, prima di farla venire alla luce. La foto ritrae una famiglia, immortalata a bordo di una Vespa, con il figlio maggiore davanti al padre e la figlia minore in braccio alla mamma. Quattro persone a Milano negli anni ’60, su una vespa, senza casco. Un’Italia che oggi non esiste più: ingenua, in marcia verso la modernità, che sognava un riscatto dagli anni duri della guerra e della fame.

Il libro è stato presentato, giovedì 21 febbraio, presso la libreria Dovilio di Caltagirone, nell’ambito della Rassegna “Scrittori strettamente sorvegliati”. Un incontro assai animato e partecipato, durante il quale l’autore ha fatto entrare il pubblico dei lettori nella camera oscura della gestazione del libro. Lupo – ha spiegato – si è messo in ascolto di quella foto, che gli ha raccontato la storia di Luigi, detto Louis, “un po’ rude e spaccone”, operaio meridionale trapiantato a Milano; della moglie Regina, «una veneta del Garda, mora dai capelli ribelli e lo sguardo di velluto», e dei due figli: Bartolomeo, ribattezzato Indiano e la piccola Vittoria, che è l’io narrante del romanzo. Stanno andando al Bar Motta in centro, in  una domenica di Aprile, per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio. Vent’anni dopo, la figlia, si trova a rievocare, partendo da quella foto, la storia di quegli anni d’incanto, in un colloquio ostinato con la madre che ha perso la memoria, per provare a farla riemergere dal limbo dell’oblio in cui è precipitata.

Il racconto prende le mosse dal luglio 1982: l’Italia intera, e non solo quella del pallone, sta celebrando il rito collettivo del Mundial di Spagna: un rito espiatorio e catartico, simbolicamente e icasticamente fissato per sempre nell’urlo liberatorio di Tardelli, dopo il secondo gol inflitto alla Germania nella finale dell’11 luglio del 1982. È come se l’incanto perduto rivivesse nuovamente, dopo il grigio e la pesantezza degli anni di piombo. «Che sia l’inizio di un tempo più leggero, un altro tempo.  Che sia l’addio al sangue e alle stragi», si augura Vittoria. Lei ha ventun’anni. La foto è l’unico stimolo a cui la madre, seppur debolmente e per sprazzi di apparente lucidità, sembra rispondere. I medici appaiono sfiduciati, ma lei insiste con la caparbietà che solo i legami di sangue possono donare.

Il suo colloquio con la madre, nella clinica in cui è stata ricoverata, tenta con fatica di dipanare e riallacciare i fili perduti della memoria e di ricompattare la storia della sua famiglia, di cui, in fondo, l’unico testimone superstite, per varie vicende che lasciamo al lettore scoprire, è lei. «Non sanno dice Vittoria alla madreche se tu mancherai di aggrapparti al più rovinato filo di memoria, se dovessi continuare a dormire nel sonno dove sei caduta, mi perderei anch’io nell’imbuto dove finisce il respiro dei giorni e vivrei senza più il fiato di ieri, dell’altro ieri, l’altro ieri ancora».

Se tuttavia la terapia non sembra dare frutti con la madre, è almeno un balsamo per lei: «Più le racconto il nostro passato – confessa Vittoria –, più mi faccio ordine dentro». Viene alla mente il romanzo Paula di Isabelle Allende, ma le parti si sono invertite: qui è la figlia che, narrando, tiene in vita la madre. «Se noi ci siamo smarriti – è stato l’appello affettuoso che Lupo ha rivolto ai più giovani presenti all’incontro –, voi che siete i figli nostri, aiutateci a tornare a casa». In quest’appello è racchiuso il messaggio del libro. Come Telemaco attende Odisseo, così anche Vittoria continua a sperare che la madre ritorni nella sua Itaca.

Il libro non vuole essere un’operazione nostalgia. Non intende mettere in scena un “come eravamo”, ma rievocare un segmento tra i più belli della storia d’Italia, la “vita sbarluscenta, l’epoca luminosa che tutti noi attraversiamo quando ci sentiamo il mondo in tasca”. Un momento magico di innocenza, perduta il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana.

La tecnica narrativa è quella della “ripresa”: il titolo di ogni capitolo richiama la chiusa del precedente, in nuovo giro sempre più profondo, che scava nel pozzo dei ricordi. Ed anche il primo capitolo “Tutto in una foto” rimanda all’ultimo: “Il tutto e il niente”.

UN’EPOPEA FAMILIARE – L’epopea familiare è scandita lungo l’arco di tre decenni: il 1952, anno del matrimonio fra Louis e Regina, osteggiato dal padre di lui; il 1962, anno in cui viene scattata la foto, all’insaputa della famiglia; il 1972, quando il padre muore con negli occhi il bianco candore delle nevi di Sapporo, teatro delle imprese sciistiche di Gustav Thoeni; il 1982, nella clinica in cui Vittoria accudisce la madre, mentre l’Italia intera esulta per le imprese dei ragazzi di Bearzot.

E pensare che la madre era allergica alle foto. «Tutto era affidato ai  racconti, solo quelli, perché la diffidenza di mia madre  era una specie di malattia, una fuga dall’idea mortale, come se nell’atto di fare clic sul tasto di una reflex, uno  consegnasse alla pellicola un po’ della sua anima e l’anima restasse prigioniera di occhi estranei […]. Comincio a sospettare che il segreto della malattia di mia madre sia legato al cattivo rapporto con i ricordi, al suo voler cancellare ogni illusione di memoria che la macchina fotografica restituisce, al voler negare ogni apparente pietà che si annida in un rettangolo di carta con figurine in bianco e nero. Pietà per il tempo, pietà per ciò che siamo stati e non saremo mai più». La luce della memoria si spegne nella testa della madre il giorno che vede la foto pubblicata sul settimanale «Gioia». Come se fosse stata violata nell’intimità e le fosse stata rubata la vita. La virtù che anima Vittoria è la pietas, intesa non solo come compassione, ma anche nel senso più antico di rispetto religioso dei legami familiari. «“Talita kum… talita kum”. Un po’ mi sento Gesù Cristo: donna, dico a te, alzati”», sussurra a un certo punto alla madre, sperando di non essere sentita dai presenti

Lupo invita il lettore a tuffarsi nei ricordi di Vittoria, e lo fa senza nulla concedere al facile sentimentalismo o alla tentazione consolatoria della mitizzazione: la sua prosa lirica, ma asciutta, rievoca quegli anni con affetto, ma senza tacerne le ombre. Evidenti soprattutto nella figura misteriosa di Bartolomeo, il figlio maggiore ribattezzato Indiano dalla madre, su suggestione del western Ombre rosse, nella speranza di dargli “un destino di libertà e praterie”. Un personaggio di cui si sa poco, roso dal “male della silenziosità”, «che gli mangiava la luce negli occhi, un male senza nome, ma che somigliava a un cielo di novembre in attesa della nebbia». Indiano compirà scelte di rottura, inspiegabili per i genitori che non si danno pace per quel figlio, nato con lo stigma della malinconia, trovatosi “a salutare il mondo nel lutto”, mentre a Marcinelle l’8 agosto 1956, muore un cugino del padre.

NOMEN OMEN – Curioso il destino dei personaggi: tutti hanno un nome nuovo, imposto da Regina, autentico deus ex machina della famiglia. Come Dio impone ad Abraam il nuovo nome di Abramo, che lo rende idoneo a conquistare la terra promessa, così Regina impone dei nuovi nomi ai membri della sua famiglia, trapiantati nella nuova terra promessa che è Milano. Luigi, il marito, diventa Louis, Bartolomeo, il figlio, muta nome in Indiano. Ed anche Regina, non è il vero nome della madre, che si è ribattezzata così quando conosce Louis in una balera sui Navigli. «Regina ti chiami?», le chiede Louis. E lei, nel momento stesso in cui conferma, lo lascia nel dubbio: «Regina solo per te». Mentre gli orchestrali suonano il Tango delle capinere.

Solo Vittoria conserva il suo nome originario: è nata dopo una crisi familiare e una traccia di rossetto sulla camicia di Louis, mentre l’Italia cantava Volare e Gargarin conquistava lo spazio. La madre avrebbe voluto chiamarla “Edera”, come la canzone di Nilda Pizzi, o Lara, come la protagonista del Dottor Zivago, libro che compra il padre, ma poi ne abbandona la lettura, perché non era  “atomico”. È il padre che si impone: «”Vittoria è Vittoria. E non si cambia”. Devo alla sua ostinazione il mio nome, che vorrei fosse anche il mio destino. Almeno me lo auguro».

L’INCANTO “Che ci siamo venuti a fare noi a Milano?”: la domanda rimbalza per tutto il racconto. Vittoria la ripete spesso alla madre. E ricorda la risposta di Louis: “Per essere all’altezza di questi anni”. E di quegli anni il romanzo conserva intatta tutta la suggestione della loro colonna sonora: Regina più sofisticata ama Tenco, Mina, Vanoni, Paoli, canzone popolare ma più di classe; Louis ama Claudio Villa, Celentano, Il ragazzo della via Gluck, in cui si identifica. Indiano è ossessionato invece da Dio è morto di Guccini.

L’incanto fu una, seppur generosa, illusione collettiva? Il giudizio di Indiano è impietoso e severo sui genitori: «Papà credeva al vangelo di un mondo di plastica. E ci ha creduto anche mamma». Ma gli risponde Vittoria: «Papà ha cercato di essere felice». Ed è la cifra del romanzo.

Giuseppe Lupo è nato in Lucania (Atella, 1963) e vive in Lombardia, dove insegna letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e Brescia. Per Marsilio ha pubblicato L’americano di Celenne (2000; Premio Giuseppe Berto, Premio Mondello, Prix du premier roman), Ballo ad Agropinto (2004), La carovana Zanardelli (2008; Premio Grinzane Cavour-Fondazione Carical, Premio Carlo Levi), L’ultima sposa di Palmira (2011; Premio Selezione Campiello, Premio Vittorini), Viaggiatori di nuvole (2013; Premio Giuseppe Dessì; tradotto in Ungheria), Atlante immaginario (2014) e L’albero di stanze (2015; Premio Alassio-Centolibri, Premio Frontino-Montefeltro, Premio Palmi). È autore di numerosi saggi e collabora alle pagine culturali del «Sole 24 Ore» e di «Avvenire».

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