Pubblicato: lun 26 Feb 2018

“Le assaggiatrici” di Rosella Postorino: l’ambiguo confine tra vita e morte nella Germania di Hitler

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ph. Fabio Navarra

In un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler, dieci donne fanno da cavie assaggiando i cibi del Führer: Rosella Postorino ci narra una situazione estrema in cui vita e morte, salvezza e colpa, si intrecciano ambiguamente e ci si chiede cosa significhi essere, e rimanere, umani. Il libro è stato presentato dall’autrice sabato 24 febbraio a Caltagirone presso la libreria Dovilio, nell’ambito della Rassegna “Scrittori strettamente sorvegliati”.

di Giacomo Belvedere

“Noi siamo ciò che mangiamo”: il celebre assioma di Fueurbach sembrerebbe la chiave ermeneutica dell’ultima fatica letteraria di Rosella Postorino Le assaggiatrici, Feltrinelli edizioni. Sennonché, nelle pieghe della narrazione, si cela una realtà assai più complessa e ambigua, che rende l’affermazione del filosofo tedesco assai più dubitativa. Il libro è stato presentato dall’autrice sabato 24 febbraio a Caltagirone presso la libreria Dovilio, nell’ambito della Rassegna “Scrittori strettamente sorvegliati”.

DA UNA STORIA VERAIl romanzo si ispira alla storia vera di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler nella caserma di Krausendorf: una delle donne scelte per far da cavie, incaricate di assaggiare il cibo da servire al Führer e restare un’ora sotto osservazione, per aver la sicurezza che non fosse stato avvelenato. Margot Wölk, per anni, ha taciuto di quell’esperienza, sino a rompere il silenzio nel 2014, quasi per liberarsi da una colpa. Rosa Postorino è stata come folgorata da questa storia e ha tentato invano di mettersi in contatto con la donna, che è morta prima che la potesse incontrare. «La sua storia – ha rivelato al pubblico dei lettori, accorso numeroso e partecipe – era diventata per me ossessiva, perché era  la storia di una vittima  privilegiata». « Margot Wölk, per tentare di sopravvivere – ha spiegato –, ha rischiato la morte: questo corto circuito mi ha intrigata. Non averla incontrata è stata una delusione. Non so che libro avrei scritto altrimenti. Quando lei è morta, mi sono chiesta:  come faccio a scrivere, se la storia non la conosco, non ho vissuto la guerra?». Ma la storia premeva con urgenza dolorosa dentro di lei: «Perché mi sento chiamata in causa? – si è chiesta –; se mi fossi trovata io nella sua situazione cosa avrei fatto?». Domande che imponevano, più che una risposta, una ricerca nelle profondità dell’abisso umano. Senza sconti o scorciatoie consolatorie.

«Primo Levi – spiega la Postorino – ci ha insegnato che nessuno può sapere come si comporterà in situazioni estreme»:  quella di Rosa Sauer, la protagonista del romanzo, è, per l’appunto, una situazione estrema, la storia di “un personaggio capitato in una colpa in maniera accidentale”. È l’autunno del 1943. Rosa, una giovane donna di 26 anni, viene prelevata dalle SS per diventare cavia per Hitler. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler, nascosto nella foresta. Lei è la “straniera”, arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri, mentre il marito Gregor, combatte sul fronte russo.

L’ambivalenza è l’autentica cifra del romanzo. Si racconta una storia double-face. Rosa è vittima e colpevole. Lei è carne da cannone, di tipo diverso, rispetto al marito. È costretta a immolarsi a causa delle ossessioni fobiche di Hitler, ma nel contempo è una privilegiata, che non patisce la fame e può cibarsi – e bene – tre volte al giorno. Il cibo, che la nutre e la tiene in vita, potrebbe ucciderla e i pasti di cui gode, decretare la sua sentenza di morte. Mentre assaggia placa i morsi feroci della fame, ma il sollievo non dura e subentra la paura: il pensiero che potrebbe aver assorbito il veleno è sempre sullo sfondo e diventa ossessivo durante l’attesa di un’ora, necessaria ad accertarsi che il cibo non fosse stato avvelenato. «“Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame”. Fino a dove è lecito spingersi per sopravvivere? A cosa affidarsi, a chi, se il boccone che ti nutre potrebbe ucciderti, se colui che ha deciso di sacrificarti ti sta nello stesso tempo salvando?». La singolarità della sua situazione risiede nel fatto che Rosa non fa parte di quella schiera di donne che volontariamente si immolarono, vittime sacrificali sull’altare del Terzo Reich. La sua non è una scelta libera, ma nasce da una costrizione; ed è successivamente cementata dal bisogno. Non c’è nulla di più antieroico dell’istinto primordiale di sopravvivenza. Resta irrisolta la domanda: “Fino a che punto?”. Ma non ti fai domande quando la fame preme.

IL CORPO Il suo rapporto – e la sua complicità – col nazismo, non è di tipo ideologico, ma passa attraverso fisicità del corpo. Non vi è nel romanzo spazio alcuno per la dicotomia cartesiana tra res extensa e res cogitans: «Il corpo – ha chiarito l’autrice – è il correlativo oggettivo di ciò che accade al personaggio. Ha più forza narrativa la descrizione di un corpo, piuttosto che dei pensieri». Hitler non è mai presente fisicamente. Rosa ne sente parlare di riflesso dal cuoco, che ne descrive le intolleranze alimentari e i problemi intestinali, da una baronessa, dal tenente delle SS Ziegler, con cui intreccia una relazione. È un Führer umanizzato e nel contempo ridotto a un tubo digerente, con le sue fastidiose e imbarazzanti flatulenze, a cui il grande Capo cerca di ovviare inutilmente imbottendosi di pillole. «Hitler è una presenza gassosa, raccontata come un corpo» spiega l’autrice. Non si corre in tal modo il rischio di umanizzarlo? «Hitler è nato umano. Non è che è nato alieno,  drago, folletto. Nel momento in cui demonizziamo Hitler – risponde la Postorino –  ci deresponsabilizziamo. Hitler e i nazisti appartenevano alla stessa specie a cui apparteniamo noi. E quindi questo ci deve mettere in guardia rispetto a quello che la specie umana può compiere». In tal modo, invece, ridotto a misura umana, lo ridicolizziamo, ne scopriamo i limiti. «Le SS erano uomini. Anche Himmler ha vomitato, perché non ce la faceva ad uccidere 50 persone al giorno, donne vecchi, bambini. È umano non sopportare il fatto di veder morire tanti uomini. Ma, nonostante tutto, lui non smetteva di uccidere. Anche lì sta l’ambivalenza».

LA ZONA GRIGIA – Il  dovere della verità impone di non fare sconti e di non semplificare la storia: di qua i buoni, di là i cattivi. La “zona grigia” del male, la sua banalità, come ha dimostrato Hannah Arendt, è quanto di più terribile abbia escogitato il Male. Le SS naziste non erano geni del male, ma travet puntigliosi e padri modello. Esattamente uguali alla gente di fuori. E difatti si giustificarono, affermando di avere eseguito gli ordini, come fa un cittadino esemplare. Ma “quelli di fuori” non si accorsero di nulla? Non percepivano le folate di fumo acre e non vedevano piovere cenere dal cielo? Non sentivano dai convogli sigillati i lamenti e le grida di un’umanità reietta? «Come è potuto accadere?» – si chiede l’autrice. Che non propone alcuna redenzione. Anche perché chi si salva non è innocente. Nemmeno la storia d’amore clandestina tra Rosa e il tenente delle SS lava le colpe.  Ziegler è cinico e spietato. L’amore è una forza sovversiva che lo fa uscire dal suo ruolo e lo costringe a disubbidire. In un certo senso la sua pulsione di amore è un tradimento a Hitler. Ma non lo rende per ciò stesso migliore, solo smaschera la sua debolezza e umanità, la sua frustrazione. Anche l’amore di Rosa non è redentivo: si innamora di un nazista, mentre suo marito rischia la pelle al fronte. Unendosi a Ziegler è come se si unisse al nazismo. Esattamente come per il cibo: assorbe il Male e lo rende parte di se stessa. Il corpo del tenente è speculare a quello di Hitler.

Nel microcosmo di uno spazio claustrofobico e di un tempo ripetitivo, si consuma anche l’amicizia tra Rosa e Elfriede: una relazione di solidarietà ruvida ma piena di pudore. Nella clausura in cui sono costrette a vivere, in bilico tra morte e sopravvivenza, Elfriede è l’aiutante di Rosa, che non piange come le altre. Sono due amiche che non si dicono “ti voglio bene”, una coppia femminile non tradizionale, inusuale nella narrativa. Elfriede è lo specchio capovolto di Rosa, e ne rappresenta a volte la coscienza.

Lo stile è essenziale, senza nessuna concessione al sentimentalismo, lo sguardo è asciutto, mostrando un’umanità senza veli. «Non esiste uno stile a prescindere dalla storia – ha aggiunto l’autrice. «Con questo romanzo è come se avessi fatto un percorso. Mi sono concentrata sulla storia e ho trovato una mia misura».

L’UOMO NUDO – Lo scavo negli abissi dell’essere umano, non segue la via dell’introspezione psicologica insistita, ma del crudo realismo fisico dell’uomo nella sua corporeità, privata di fronzoli ideali. La situazione assurda e paradossale delle assaggiatrici «rappresenta la nudità totale dell’essere umano, che nasce per morire, eppure ostinatamente cerca di sopravvivere a qualunque costo». Immergendoci in questa ambiguità sottile del mors tua vita mea, Rosella Postorino osa inquietarci, chiedendosi cosa significhi essere, e rimanere, umani. «La letteratura – ha concluso l’autrice – rende esemplare e universale le storie dei singoli. Ci mostra persone, non numeri. Per questo ci colpisce la storia di Anna Frank, la foto del bambino siriano annegato». Raccontare storie, allora, può essere la risposta alla tentazione propria dei regimi totalitari – e non solo – che sacrificano la persona e la sua irriducibilità. Ci apre gli occhi su «cose che vediamo ma non guardiamo abbastanza a fondo. Penso alla grandissima tragedia che accade nel Mediterraneo, che è il sintomo evidente, non soltanto della nostra indifferenza, ma dell’incapacità, non volontà dei Governi, di occuparsi a livello internazionale di un problema che riguarda tutti, perché un problema umano riguarda sempre tutta l’umanità».

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