Pubblicato: dom 8 Lug 2018

Caltagirone, migrante trovato impiccato: e la morte si fa spettacolo

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ph. Il Sette e Mezzo

La morte come spettacolo: ieri a Caltagirone, pietà l’è morta. Solo l’intervento del Sindaco ha posto fine all’oscena e malsana curiosità di  un drappello di turisti della morte, intenti fotografare l’infelice giovane appeso a un albero.

di Giacomo Belvedere

Ieri a Caltagirone, pietà l’è morta, proprio nella Giornata della #magliettarossa, l’appello lanciato da don Ciotti, per ricordare i morti in mare, che a Caltagirone ha visto un flash mob sulla monumentale Scala di Santa Maria del Monte. Un giovane migrante, approdato alle nostre coste come tanti dall’Africa, spinto dal bisogno o dalla disperazione, è stato trovato ieri impiccato a un albero, nella scarpata che costeggia la centralissima via G. Arcoleo, a Caltagirone, affollata, come ogni sabato sera, da gente che passeggiava, prendeva un gelato, o si ritrovava per andare a cena. L’ipotesi più accreditata è quella del suicidio, ma gli inquirenti non escludono alcuna pista investigativa. La morte risalirebbe a 36/48 ore prima: difficile dirlo, perché il caldo torrido di questi giorni ha accelerato il processo di decomposizione.

La storia di questo giovane è il racconto non scritto di un invisibile, destinato all’oblio da una società distratta ed egoista. Simile a quella di Mulue, giovane di 21 anni, partito da Keren in Eritrea, per venire a morire suicida nel dicembre 2013 al Cara di Mineo. Giovani vite che hanno sfidato il deserto del Sahara, si sono imbarcate rischiando la vita nel Mediterraneo, in cerca di un sogno di libertà, spezzato anzitempo. 

Sulla cinconvallazione che costeggia la città, parallelamente a via G. Arcoleo, e da cui l’infelice appeso all’albero si vedeva, senza lo schermo pietoso degli alberi che ne oscuravano la vista, si è radunata una folla di curiosi, spinti da un malsano gusto dell’orrido. Chi scattava una foto, chi filmava la scena, chi era con la famiglia e i bambini. Altri – peggio ancora – avrebbero addirittuta irriso al “pupo nero appeso fra i rami”. Non avranno avuto, forse, l’improntitudine di postare le foto sui social (sarebbe tra l’altro un reato), ma certo, avranno pensato di avere materiale piccante da mostrare, con cui farsi belli e rendere meno noiosa la serata con gli amici. Non tutti hanno partecipato al macabro spettacolo: c’erano – ed erano tanti – cittadini indignati per tanta insensibilità.

È dovuto intervenire il sindaco Ioppolo, giunto sul posto “come atto dovuto, di umana pietà”, a porre fine allo scempio, ordinando alla Polizia municipale di far sgomberare la zona della circonvallazione, dove si consumava l’osceno spettacolo. Osceno, non per quel corpo offerto alla malsana curiosità, ma per quel drappello di turisti della morte, figli di quella deriva morale e banalizzazione del male a cui assistiamo ogni giorno.

Narra la mitologia che Narciso, per aver disdegnato l’amore della ninfa Eco, fu punito dagli dei: si innamorò perdutamente della sua immagine, riflessa in una fonte, e nel vano tentativo di abbracciarla, cadde in acqua ed annegò. Eco, condannata da Era a ripetere le parole altrui, si consunse per il dolore e le sue ossa si mutarono in sasso: rimase solo la voce. Il mito greco è la chiave per comprendere la nostra società dell’immagine. La parola si fa puro flatus vocis, emissione di suono, vuota, ripetitiva eco lontana. E noi anneghiamo nel mare dell’oggettività acritica, dove tutto è uguale, si perdono i riferimenti morali e ciò che conta è apparire. Nelle tragedie greche l’orrore non veniva rappresentato, era “osceno”, cioè stava rigorosamente fuori dalla scena. Spettava alla parola raccontare l’orrore, mediarlo, rielaborarlo: lo spettatore scendeva fin nel profondo degli abissi del cuore umano, per risalirne purificato: si aveva la “catarsi”. Oggi l’orrore è diventato show, viene mostrato oscenamente  per qualche like in più. E invece della catarsi, si produce il naufragio morale nella melma delle miriadi di immagini che ci scorrono davanti, senza un fil rouge a fare da discrimine critico. E si ottundono le coscienze. 

L’acculturazione omologante paventata da Pasolini si è realizzata nello strapotere della videocrazia post-ideologica in cui viviamo. Il crollo delle grandi ideologie ha prodotto una civiltà (se dirlo è lecito) che, piuttosto che essere post-ideologica,  è ideo-alogica, in cui l’immagine non è più interpretata dal logos, non è più ri-velata, vale a dire svelata e velata nuovamente, ma è fine a sé stessa.  “O Padre, togli il velo dai nostri occhi e donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione”, recita la l’orazione della colletta nella liturgia della messa domenicale di oggi. Che queste parole facciano breccia nei cuori induriti. E ci diano una nuova resurrezione morale, strappandoci dagli occhi il velo che impedisce di vedere in quel Figlio crocifisso l’icona di tutti i figli, uccisi prima che dalla disperazione, dall’indifferenza e dall’egoismo di una società – Narciso, in cui farsi un selfie col morto è figo.

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