Pubblicato: gio 19 Lug 2018

Se la voce della coscienza è la voce del padrone

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“L’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere”, il voltarsi indietro per non voler vedere – scrive Manzoni nella Storia della colonna infame -, “non è mai una scusa, ma una colpa”: “di tali fatti si può bensì essere forzatamente vittime, ma non autori”. Parole scritte nel 1840.

di Giacomo Belvedere

“Se in un complesso di fatti atroci dell’uomo contro l’uomo, crediam di vedere un effetto de’ tempi e delle circostanze, proviamo, insieme con l’orrore e la compassione medesima, uno scoraggiamento, una specie di disperazione. Ci par di vedere la natura umana spinta invincibilmente al male da cagioni indipendenti dal suo arbitrio, e come legata in un sogno perverso e affannoso, da cui non ha mezzo di riscotersi, di cui non può nemmeno accorgersi.

Ci pare irragionevole l’indignazione che nasce in noi spontanea contro gli autori di que’ fatti, e che pur nello stesso tempo ci par nobile e santa: rimane l’orrore, e scompare la colpa; e, cercando un colpevole contro cui sdegnarsi a ragione, il pensiero si trova con raccapriccio condotto a esitare tra due bestemmie, che son due deliri: negar la Provvidenza, o accusarla.

Ma quando, nel guardar più attentamente a que’ fatti, ci si scopre un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, dell’azioni opposte ai lumi, che non solo c’erano al loro tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostrarono d’avere, è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è mai una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può bensì essere forzatamente vittime, ma non autori”.

Non è una citazione da un reportage dalla Siria, dalla Palestina, dal Mediterraneo o dalle innumerevoli storie di ordinaria atrocità che, sotto il manto di una farisaica legalità, si consumano nei tristi tempi che viviamo. Il passo si trova nella Storia della colonna infame di A. Manzoni.

L’opera è del 1840 e i fatti atroci di cui si parla sono del ‘600: si tratta del processo agli untori, accusati ingiustamente della peste che in quegli anni ammorbò l’Italia. C’era bisogno, anche allora, di un capro espiatorio, di qualcuno a cui addebitare la peste, che era semmai frutto della guerra che imperversava in Europa. Il capro espiatorio furono alcuni poveracci, che furono immolati sull’altare della ragion di Stato. Un’opera di distrazione di massa per sviare l’attenzione e salvare le poltrone dei potenti. Chi pagò fuono degli innocenti, processati e condannati per una colpa non commessa. Ma avevano contro il potere e il popolo. Vox populi, vox Dei: ma quella voce non è spesso la voce di Dio che interpella la coscienza, ma la voce del padrone di turno, di chi è al potere e detta legge e segna il confine tra i sommersi e i salvati. 

Parole del 1840 e fatti del ‘600. Eppure queste parole sembrano scritte oggi. Niente di nuovo sotto il sole? Sicuramente nuova non è la legge morale al cui giudizio siamo tutti sottoposti. Senza scorciatoie facili, giustificazionismi di comodo, negazionismi o riduzioni della colpa a misura delle appartenenze politiche, sociali o religiose.

No, non bastano l’orrore e la compassione, se scompare la colpa, perché la colpa è sempre di qualcun altro. Chi agisce contro l’umanità non è né di destra né di sinistra, né occidentale né orientale, né cristiano né musulmano: è semplicemente, sempre e dovunque, contro l’uomo.

“L’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere”, il voltarsi indietro per non voler vedere – ci ricorda Manzoni -, “non è mai una scusa, ma una colpa”“di tali fatti si può bensì essere forzatamente vittime, ma non autori”.

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