Pubblicato: dom 22 Dic 2013

Il sogno di Mulue, venuto da Keren a morire a Mineo

keren eritrea

Panorama di Keren

Mulue aveva 21 anni. Veniva da Keren in Eritrea. Ha sfidato il deserto del Sahara, si è imbarcato rischiando la vita nel Mediterraneo. Mulue aveva un sogno di libertà. Qualcuno gli ha rubato questo sogno. È venuto a morire a Mineo, nel Cara della solidarietà. Nei giorni della protesta i suoi amici hanno scritto su un cartello: «Siamo tutti molto provati perché abbiamo perso nostro fratello».

Keren (oltre 85.000 abitanti) è la terza città eritrea. Si trova a circa 91 km a nordovest della capitale Asmara, a 1.390 m. dal livello del mare. La città, una delle più belle e affascinanti del paese, si stende su un ampio altopiano circondato da montagne. Moschee, chiese e palazzi coloniali risalenti al periodo della dominazione italiana rendono assai caratteristico il paesaggio urbano. Keren è capitale della regione di Anseba. La popolazione  appartiene per lo più ai gruppi etnici dei Bilen e Tigré. Fu l’ultima città a essere abbandonata dalle truppe italiane in ritirata durante la seconda guerra mondiale. A Keren si combatté una sanguinosa battaglia nella primavera del 1941 che di fatto decise le sorti della guerra in Africa orientale e sancì la fine del sogno coloniale italiano.

Da Keren veniva Mulue Ghirmay, 21 anni. Chissà se sapeva della battaglia avvenuta nella sua terra tra italiani e britannici. Chissà se per lui gli italiani erano brava gente. Sognava il Nord Europa, la Svizzera o la Norvegia, dove si era rifugiata la sua famiglia. Scappava da un regime militare tra i più duri e sanguinari del mondo. Ha affrontato il Sahara, la Libia. Si è imbarcato rischiando la morte nel Mediterraneo. È sopravvissuto a tutto questo. Ma non all’Italia. È stato trovato morto impiccato sabato 14 dicembre in uno degli alloggi del Cara di Mineo. Il giovane si è dato la morte legandosi al collo una tenda arrotolata, probabilmente tolta dagli infissi dell’appartamento. Sulla rete c’è chi si indigna, chi esprime pietà, chi abbozza una preghiera. Ma c’è anche chi afferma di non sentirsi coinvolto da questa morte, perché prima vengono «tutti quei padri di famiglia italiani che si sono suicidati per fame, tutti quegli italiani che sono dovuti emigrare nel 2013 per fame e tutti quelli che oggi dormono nelle auto e mangiano alla Caritas». Ci sono morti di serie A e morti di serie B. Come ci sono vite di serie A e vite di serie B. Neanche nella morte a Mulue è toccata la promozione nella serie maggiore.

Quella dei suicidi al Cara è una storia avvolta in una nebbia impenetrabile. L’anno scorso si parlò di dieci casi di suicidio, notizia trapelata per caso, grazie alle associazioni umanitarie e a quelle che operano sul territorio. Notizia mai confermata ufficialmente dal Cara. Secondo “Medici senza frontiere” nel 2011, in soli 4 mesi, ci furono sette tentativi di suicidio. Il direttore della struttura Sebastiano Maccarrone, intervistato da «I Siciliani giovani» nel maggio 2012 spiegò che si trattava di episodi «di persone provate, che vengono da guer­re e condizioni estreme, che hanno fatto viaggi orribili prima di venire da noi».

Poco si sa di Mulue. Poco trapela dalla cortina ferrea di silenzio che circonda il Cara. Le uniche notizie certe sul suo conto per ora sono quelle fornite dalle sorelle, che vivono nel Nord Europa, in Svizzera e in Norvegia. 

Era arrivato in Italia il 5 maggio scorso e aspettava da 8 mesi lo status di rifugiato. Non sono chiare le ragioni che lo hanno portato al gesto estremo. Sulla tragedia la Procura di Caltagirone ha aperto un’inchiesta. Dicono non avesse problemi. Non era stato monitorato dagli psicologi del Cara. Non era nei loro database. Ma evidentemente qualcosa non andava. E Mulue non ce l’ha fatta. Chi si impicca getta la sua  vita nel vuoto. Il vuoto di un’esistenza invisibile che cercando la morte Mulue ha tentato di rendere visibile.

mulue

Ph: fonte Facebook

HANNO UCCISO IL SUO SOGNO – Chi non ha dubbi sulla sua morte è invece don Mussie Zerai, presidente dell’agenzia Habeshia, che da anni denuncia la tragedia dei rifugiati e dei migranti. «Si sospetta – scrive don Zerai sul blog di Habeshia – che sia stato determinante il fatto di di aver dovuto “registrare” le sue impronte digitali: che si sentisse, insomma, “schedato” e ormai nell’impossibilità di raggiungere i familiari che lo hanno preceduto nella fuga dall’Eritrea. È un sospetto che chiama pesantemente in causa l’Italia, la quale si è assunta le responsabilità del suo caso di “richiedente asilo politico”, ma poi lo ha costretto a restare a Mineo per 8 mesi, in condizioni di vita indegne e privo di una prospettive per il futuro».

Mulue aveva un sogno di libertà. Qualcuno ha tarpato le ali al suo  sogno. «Questo raccontava – continua don Zerai – alle sue sorelle: la vita invivibile nel centro, le condizioni umilianti, l’attesa logorante per un risultato finale che si profilava deludente. E questo probabilmente lo ha sconfitto: dopo aver superato pericoli enormi, dal momento della fuga dalla dittatura fino alla traversata nel Mediterraneo, guidato da un grande sogno di libertà, diritti e dignità, si è ritrovato prigioniero di un sistema assurdo che ha spento, ucciso quel suo sogno».

«So già – conclude amaramente  don Zerai – che la magistratura chiuderà il caso di Mulue come un suicidio dalle motivazioni non chiare. Ma io resto convinto che il motivo vero sia fin troppo chiaro: questo ragazzo è vittima di un sistema di accoglienza incapace di rispettare la dignità della persona e di offrire un futuro che non sia quello di essere gettati per strada, come un rifiuto; e, insieme, è vittima degli accordi europei che gli hanno impedito di andare a vivere dalle sue sorelle, dove poteva essere supportato e accompagnato da loro per ricominciare a vivere, dopo le traversie della fuga e dell’esilio». In effetti, circola già la voce che si sia ucciso per una delusione d’amore. È la spiegazione più semplice, quando si vuole chiudere un caso in fretta e tacitare le coscienze.

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cara mineo romina

Ph: Romina Pace

IO SONO IO E TU SEI TU – Mulue non ha fatto in tempo per essere inserito nel docufilm “Io sono io e tu sei tu” girato lo scorso anno presso il Cara di Mineo. Curioso titolo. Evoca un gioco infantile. «Io sono io e tu sei tu», dice chi propone il gioco al suo interlocutore. E poi aggiunge: «chi è il più cretino di tutti e due?». Se si risponde “io” si ammette di essere cretini. Ma anche se si risponde “tu” il risultato è lo stesso. Cretini in ogni caso. Perdenti comunque e sempre senza possibilità di riscatto o rivincita. Come i migranti del Cara.

Mulue è arrivato troppo tardi per recitare la sua parte nel film. E se ne è andato troppo presto per vederlo. Peccato. Avrebbe visto un bel documentario che mostra il Cara di Mineo «come un modello di accoglienza in un panorama di strutture che invece hanno fatto fallire l’emergenza umanitaria in Italia». Se Mulue fosse stato invitato all’anteprima del film alla Camera dei Deputati l’11 dicembre, magari tre giorni dopo non avrebbe deciso di troncare così crudamente la sua giovane vita. Il film gli avrebbe aperto gli occhi e fatto vedere un Cara di cui lui non si era ancora accorto. Di cui non si è ancora accorto nessuno degli ospiti della struttura. Così invece di uccidersi avrebbe cantato “Mama Afrika”, il motivo che fa da colonna sonora e tutto sarebbe finito a tarallucci e vino.

photo.cara

Ph: Romina Pace

UNA TRAGICA FATALITÀ? – Sorpresi si dichiarano i responsabili del Cara, secondo i quali, il giovane si sarebbe tolto la vita «senza apparente motivo»: «nessun segnale e nessun sospetto di disagio era mai stato manifestato dal giovane eritreo». «Quando un giovane si toglie la vita è una tragedia per tutti, per noi è ancora più grande perché siamo qui per dare a chi arriva la speranza di un nuovo inizio». Così il direttore del Cara di Mineo, Sebastiano Maccarrone, commenta la morte del giovane eritreo.

Nessun mea culpa da parte della struttura di contrada Cucinella. Nessuna responsabilità, seppur indiretta. Nulla faceva presagire, secondo Maccarrone il gesto disperato di Mulue. «Noi monitoriamo tutti i soggetti deboli la cui fragilità psicologica può comportare un rischio. E lui non era tra questi. – afferma Maccarrone – Tra l’altro gli eritrei non hanno difficoltà ad ottenere lo status di rifugiato, si tratta solo di aspettare…».

Già, l’attesa di un documento dovuto. Senza tempi certi. Uno stato di sospensione che produce le condizioni surreali di un limbo in cui giuridicamente sei un essere invisibile. Ma secondo il direttore al Cara menenino si fa ogni sforzo per creare le condizioni per una vita serena e le premesse per un inserimento nel territorio: «Per questo motivo moltiplichiamo le iniziative che vedono gli ospiti interagire con la comunità, proprio per evitare quella ghettizzazione che da più parti viene additata come caratteristica strutturale dei centri di accoglienza e che noi siamo riusciti ad evitare».

Ph: Giusi Scollo

Ph: Giusi Scollo

«Questa tragedia – conclude il direttore – ci impone di continuare con maggiore convinzione su questa strada ed aumentare i nostri sforzi in direzione di una accoglienza che sia scambio continuo tra le culture presenti al centro e la nostra».

Il giorno dopo la tragedia la squadra di calcio del Cara Mineo ha giocato a Caltagirone con la fascia nera del lutto al braccio, dopo aver osservato un minuto di silenzio per il giovane scomparso. Ma la partita è stata giocata a porte chiuse. Una misura precauzionale che si prende di solito per prevenire incidenti e disordini. Nasce spontanea la domanda: incidenti da parte di chi? Ma forse altra è la ragione. Il lutto ci sta pure. Ma che non se ne parli troppo, per favore. In fondo non era italiano. Era solo un nero.

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