Pubblicato: mer 20 Mag 2015

Cara di Mineo: l’appalto delle polemiche. Una complicata partita a tre

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L’INCHIESTA. Seconda parte. Qui la prima parte Dopo la seconda stroncatura ricevuta dall’Anac di Cantone, il direttore generale del Consorzio dei Comuni che amministra il Cara di Mineo, Giovanni Ferrera, non si dà per vinto. Sa che la partita non è solo tra l’Authority e il Consorzio dei comuni, ma è giocata di sponda anche col Viminale e precisamente con il Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Viminale, al cui vertice sta dal 16 giugno 2014 il prefetto Mario Morcone. Morcone, che ha assunto l’incarico il 30 giugno, vanta una lunga esperienza nel Dipartimento immigrazione che ha guidato dal 31 luglio 2006 al 25 aprile 2010. Vi è tornato l’anno scorso dopo aver tentato nel 2011 l’avventura politica col PD alle amministrative di Napoli, vinte da De Magistris ed essere stato, durante il governo Monti, capo di gabinetto del ministro dell’Integrazione Andrea Riccardi, insieme al quale ha disegnato l’ultima regolarizzazione.

Mario Morcone

Mario Morcone

IL VIMINALE SCENDE IN CAMPO – Il Ministero dell’Interno è chiamato indirettamente in causa dal parere di precontenzioso dell’Anac sull’appalto triennale da 98 milioni. In esso viene infatti rigettata l’idea che spetterebbe al Viminale predisporre il capitolato di gara e si sottolinea che le sue sono istruzioni e non vincolano affatto a scegliere la via dell’appalto unitario, come è invece avvenuto. Morcone ha rivendicato il ruolo del Viminale e criticato Cantone il 25 marzo scorso, durante l’audizione tenutasi presso Palazzo San Macuto a Roma davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione. Interrogato sul Cara di Mineo, Morcone tiene a precisare subito che «per fortuna sono arrivato a luglio 2014 e quindi non ho vissuto la nascita di Mineo». Probabilmente, con quel “per fortuna” vuole ribadire la sua estraneità al Cara menenino e far piazza pulita dei sospetti che si sono addensati sulla sua persona subito dopo l’esplodere del caso Mafia Capitale. Il suo nome, come rivelato da un articolo di Federica Angeli e Daniele Autieri su Repubblica del 24 dicembre 2014, viene fatto in un’intercettazione del 18 giugno 2014 da Luca Odevaine. «Io le cose gliele posso dire proprio – si vanta il consulente del Cara menenino con Mario Schina, consigliere della cooperativa sociale “Il percorso” – ora mi stava venendo in mente che oggi m’ha chiesto “mio figlio si sta laureando, non so in che cosa” dice “mi piacerebbe fargli fare uno stage”. Dico “guarda te lo prendo io in Fondazione, Mario, figurati, lo sai…». In cambio dello stage nella sua Fondazione IntegrA/Azione per il figlio, Odevaine avrebbe chiesto a Morcone di far pressione sul prefetto Pecoraro per agevolare l’apertura di un centro per centinaia di migranti a Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma, nonostante nella cittadina ci fosse già un altro grosso centro. «Mai mosso un dito per Odevaine», si è difeso Morcone nella sua replica sul quotidiano romano. Il capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione ha chiarito di aver solo chiesto a Odevaine se avesse consigli per dove far fare uno stage al figlio che si stava per laureare, ma senza nessuna contropartita. Uno stage che non si è mai fatto in quanto il figlio non si è laureato. «Quello che sui giornali è passata come uno scambio di favori – chiude Morcone -, era una cosa a titolo gratuito».

Durante l’audizione davanti al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen, il prefetto esprime le sue riserve sulla bocciatura dell’appalto da parte dell’Anac: «I magistrati decideranno se c’è stata o no una qualche opacità nella nascita di Mineo, se nella gara il Consorzio si è comportato bene o male, ma dico una cosa che non piacerà: ho qualche dubbio sulla decisione del presidente Cantone, che peraltro conosco, apprezzo e stimo moltissimo». Un complimento che appare stonare col contesto, a cui segue subito dopo l’affondo polemico: «A noi hanno detto sempre che il total care, il general contractor, era la soluzione delle soluzioni, che si risparmiava, ora improvvisamente per un contratto del 2013 si è stabilito che è stata impedita la partecipazione alle piccole e medie imprese». Se si è fatto sempre così, perché ora si cambia? – sembra dire Morcone. Una linea, come vedremo, assunta in toto dal Consorzio dei comuni. «Va bene, decidessero loro quel che vogliono fare, sbotta il prefetto, che si smarca: «noi non c’entriamo, è un problema che riguarda il Consorzio. Però su queste cose bisogna stare un po’ attenti – raccomanda infine Morcone – perché ci sono sicuramente aspetti di opacità ma anche gente tanto per bene». Si è dunque innescato un conflitto di attribuzioni e competenze fra strutture dello Stato, il cui esito non appare oggi scontato.

VIDEO AUDIZIONE DI MORCONE

 

FERRERA: “IL PARERE DELL’ANAC NON È VINCOLANTE” – La risposta di Ferrera sembra in qualche modo suggerita dal Viminale. “Abbiamo fatto quello che ci ha detto il Ministero”: questa in sintesi la linea di difesa del Consorzio dei Comuni, così come risulta dalla Determina dirigenziale n. 76 del 14 maggio 2015. Il direttore generale chiarisce che il parere dell’Anac «non incide direttamente sugli atti amministrativi e che non è vincolante». La nota di Cantone viene derubricata a un consiglio che è opzionale seguire. Inoltre si contesta che la procedura della lex specialis della gara di appalto sia illegittima perché in contrasto, secondo l’Anac, con l’art. 2, comma 1-bis del d.lgs. 163/2006 (Codice dei Contratti pubblici). «Nel merito – scrive Ferrera – la Stazione appaltante non era obbligata, nell’appaltare i servizi rientranti nella previsione dell’art. 27 del Codice dei Contratti, a suddividere l’appalto in lotti, in deroga al principio generale di unitarietà dell’affidamento di detti servizi, in quanto il comma 1-bis, che sancisce l’obbligo di lottizzazione degli appalti, non si applica ai contratti esclusi, non rientrando tra i principi generali richiamati dal menzionato art. 27, che individua solo i commi 2, 3 e ,4 di detto articolo». Una sottile questione giuridica di interpretazione che non mancherà di avere strascichi.

Quindi si ribatte colpo su colpo all’accusa di illegittimità per aver mancato «ai principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità e economicità». Su l’ultimo punto Ferrera sostiene che, nonostante il ridottissimo ribasso dell’1,00671% sull’importo a base d’asta, la convenienza dell’offerta economica presentata dall’aggiudicataria dell’appalto è dimostrata «dal confronto del costo dell’offerta aggiudicata di 29,50 euro pro capite pro die rispetto al costo di 35,45 euro pro capite pro die per gli stessi servizi svolti nel Cara di Mineo con l’appalto aggiudicato nell’anno 2012». Appare assai difficile che questa giustificazione possa essere accettata dall’Authority, in quanto il ribasso non è conseguenza della concorrenza fra ditte diverse partecipanti alla gara di appalto, ma è già indicato nel bando di indizione, dal momento che, cessata la fase emergenziale, si sono ridotti anche i finanziamenti. Nel bando di indizione infatti era stato fissato in € 29,80 pro capite pro die, Iva inclusa, l’importo a base d’asta dell’appalto per la gestione del Cara di Mineo. E sulla base d’asta di 29,80 si ha un ribasso minimo a 29,50, pari all’1,00671%, percentuale oggettivamente risibile.

Giovanni Ferrera

Giovanni Ferrera

SI È FATTO SEMPRE COSÌ – Ma Ferrera non demorde. Il direttore generale, in sostanza, fa proprie le controdeduzioni del Consorzio di cooperative sociali “Casa della Solidarietà”, aggiudicataria dell’appalto. Ci siamo attenuti alle linee guida del Ministero dell’Interno, è la sua difesa, e precisamente a uno schema di “capitolato di appalto” approvato dal DM del 21 novembre 2008, avente natura regolamentare per le Prefetture e la Stazione appaltante. Su questo punto il contrasto con l’Anac non può essere più netto: per Cantone il citato Decreto del 21 novembre 2008 del Viminale, che ha approvato lo schema di capitolato di gara d’appalto unico, compreso quello dei Cara, ha inteso fornire istruzioni per la predisposizione dei bandi e dei capitolati tecnici, ma «non ha imposto che debbano essere necessariamente affidati ad un unico gestore». Un conflitto di interpretazione non da poco.

Ma, replica Ferrera, «tutte le gare relative agli appalti aventi oggetto la gestione dei Centri per l’accoglienza degli immigrati, sono state aggiudicate da sempre e da tutte le Prefetture, sulla base del richiamato schema di capitolato, con un unico appalto senza suddivisione dei servizi in lotti». Si riprende quanto sostenuto anche da Morcone sul general contractor. E tuttavia anche questa argomentazione appare giuridicamente debole: il fatto che si sia fatto sempre così non depone affatto a favore della legittimità della procedura usata. Ma Ferrera va oltre: «il Consorzio, come Stazione appaltante del Ministero dell’Interno, pur in ipotesi di annullamento della procedura di gara, non potrebbe che riproporre il medesimo schema di gara e di capitolato». Dunque non solo si è fatto sempre così, ma anche in futuro non si potrà che fare sempre così. Il passato mette una pesante ipoteca sul futuro. Inoltre la gara non si può annullare «in mancanza di una valutazione in concreto circa la possibilità tecnica e la convenienza economica di rifare la gara con una suddivisione in lotti dell’appalto». È ribaltato il ragionamento di Cantone: sei tu che mi devi dimostrare che un appalto diviso in lotti sia più conveniente. Per Ferrera non lo è, non solo perché tutte le attività devono essere correlate tra loro, ma «poiché l’amministrazione pubblica dovrebbe avocare a sé, con ampliamento dell’organico, il coordinamento delle prestazioni di supporto, che sono state suddivise in lotti, ed incrementare il numero del personale previsto per ogni servizio, come i mediatori linguistici, per fare diventare il loto autonomo rispetto agli altri». La spesa finale, insomma, sarebbe  maggiorata rispetto all’affidamento dei servizi e delle forniture a un unico gestore.

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ph. Andrea Annaloro

Ferrera mette sul piatto della bilancia anche il parere conforme chiesto a gennaio 2014 a un team giuridico di esperti amministrativisti, il prof. Agatino Cariola, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Catania e gli avvocati Andrea Scuderi e Dario Sammartino, in vista dell’indizione del bando di gara per l’appalto triennale. Considerata l’importanza della gara e l’ammontare dell’importo, si voleva andare con i piedi di piombo. Al parere degli esperti, tuttavia, il Consorzio non si è attenuto strictu sensu. Il team di amminisrativisti consiglia infatti di tenere separati i due procedimenti, uno per acquisire il locali e l’altro per affidare la gestione dei servizi e delle forniture, per evitare una gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione del Cara “chiavi in mano”. A loro avviso Consorzio si sarebbe dovuto inoltre riservare la possibilità di individuare l’ambito territoriale: provinciale o solo dei Comuni del Calatino, contemplando la possibilità di valutare altre soluzioni logistiche rispetto al Residence degli aranci. Nella riunione del 29 gennaio, il CdA del Consorzio dei Comuni fa proprio il parere legale fornito dal collegio degli esperti, ma osserva che l’ambito territoriale non può non essere che quello del Consorzio, cioè dei Comuni del Calatino. Perché che l’immobile in questione debba essere per una sorta di predestinazione inevitabile il Residence degli aranci sembra un dogma intoccabile. Inoltre, benché il contratto di locazione sia stato sganciato dalla gara d’appalto, nella nuova gara di giugno 2014 per l’appalto triennale, l’impresa Pizzarotti concorre con la costituenda nuova Ati, con capofila la Casa della Solidarietà. Le prudenti precauzioni per evitare un regime monopolistico si sono rivelate dunque la classica foglia di fico.

La difesa di Ferrera punta ad allontanare dalla gara d’appalto del 2014 il sospetto che sia stata costruita su misura. Fatto sta che dal 2011 al 2014, tutte le tre gare d’appalto sono state vinte dalla stessa invincibile armata che ha sbaragliato ogni concorrenza e che ha vinto l’ultimo appalto con un ribasso da prefisso telefonico. Una sorta di arca di Noè in cui si imbarcano tutti, dalle coop rosse a quelle bianche, in cui si ha un ditta, la Pizzarotti e c. s.p.a., che è anche proprietaria dell’immobile dove è ubicato il Cara e un consorzio di coop, Sol.Calatino, che a sua volta lega a sé i comuni della Stazione appaltante in un Patto territoriale di cui è ente capofila.  Una sorta di gioco delle parti e di scambio di ruoli in cui si fa fatica a non vedere un circolo vizioso. 

cantone ferrera morconeSI VA AI SUPPLEMENTARI? – Possiamo riassumere dunque il ragionamento di Ferrera in cinque punti:

  1. abbiamo seguito le indicazioni del Ministero dell’Interno che ci ha dato ragione;
  2. la via scelta dell’appalto unitario è obbligata da ragioni di funzionalità e convenienza economica;
  3. la Stazione appaltante non era obbligata a suddividere l’appalto in lotti, così come rischiesto dall’Anac;
  4. prova ne è che si è fatto sempre così né potremmo in futuro agire diversamente;
  5. last but not least: il parere di precontenzioso dell’Anac non è vincolante.

Sullo sfondo, la spada di Damocle dell’eventuale azione risarcitoria del Raggruppamento di imprese qualora si annullasse d’ufficio l’aggiudicazione della gara.

La conclusione è un peana di vittoria per il Consorzio dei Comuni “Calatino Terra d’Accoglienza”. La Stazione appaltante – conclude Ferrera – è riuscita a «interrompere un lungo periodo di proroghe del precedente contratto di gestione del Cara di Mineo, vincolato a concluse esigenze emergenziali, ed assicurare con prontezza, speditezza ed economicità un nuovo contratto di appalto più rispondente alle nuove esigenze di ordinaria e trasparente gestione del Centro». Pertanto si conferma la determinazione dirigenziale n. 114 del 30 luglio 2014, di aggiudicazione definitiva della gara d’appalto per la gestione del Cara di Mineo, e se ne ribadisce integralmente il contenuto. Altro che opacità, promossi su tutta la linea. Copie della determina sono trasmesse all’Autorità Nazionale Anticorruzione, alla Procura della Repubblica di Caltagirone, al Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno e alla Prefettura di Catania.

Le squadre di questa complicata partita a tre tra Anticorruzione, Consorzio dei Comuni e, di sponda, Ministero dell’Interno sono scese negli spogliatoi, ma c’è da scommettere che si andrà ai supplementari. Sempre che non vi sia prima un’invasione di campo da parte delle Procure di Roma, Catania o Caltagirone, che a vario titolo si stanno interessando dell’appalto del Cara nemenino. In una recente intervista concessa al Sette e Mezzo, il Procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, così si esprimeva: «Uno dei fascicoli che ho attenzionato immediatamente quando mi sono insediato a Caltagirone è stato il famoso appalto del Cara di Mineo. È un’inchiesta molto complessa, che assorbe moltissimo me e la Polizia giudiziaria che mi coadiuva nell’inchiesta. Devo ringraziare il Questore della provincia di Catania che mi ha messo a disposizione molti uomini per consentirmi di svolgere al meglio quest’attività investigativa».

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